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Il relitto punico di Marsala - di Gianfranco Purpura

Per molto tempo i marinai, impegnati nell'operazione di aspirare sabbia dai fondali di Marsala e nel rilasciare a mare, costituendo curiosi cumuli, pietrame e conci utilizzati come zavorra delle imbarcazioni da caricare, avevano notato resti lignei e frammenti ceramici nella sabbia imbarcata per alimentare la locale vetreria, ma fino a quando non ne fu segnalata la presenza ad Honor Frost nel 1969, l'importanza dei rinvenimenti in questione era stata trascurata (fig. 1).
Nel 1970 alla missione inglese incaricata di investigare nella zona si offrì l'opportunità di operare su di un gruppo misterioso di relitti antichi a bassa profondità, tra i due e i cinque metri, dinanzi al versante nord dell'Isola Lunga (fig. 2). Uno di questi appariva particolarmente promettente, presentando ampi tratti del fasciame in buone condizioni (fig. 3) e numerosi frammenti ceramici del III secolo a.C. Si notavano poche anfore di commercio integre e molte pietre di zavorra e questa circostanza, lungi dallo scoraggiare la scavatrice, costituiva anzi ragione di ulteriore stimolo, poiché induceva a sospettare di essere in presenza dei resti di una nave, non mercantile, ma da guerra (fig. 4).
Negli anni successivi il relitto fu oggetto di quattro campagne di scavo (1971-1974), che condussero alla pubblicazione del risultato finale, anche se le indagini nella zona, per la presenza di altri relitti ed in particolare di uno scafo, ritenuto coevo e denominato sister ship, dal quale è stata recuperata la parte prodiera, sono ben lungi dal potersi ritenere concluse.
Del relitto principale, oggetto dello scavo, si conservava solo la parte posteriore e la fiancata di babordo per circa dieci metri di lunghezza e tre di larghezza (fig. 5 - 6 - 7). Essendo privo di carico appariva ingombro da pietre di zavorra di origine vulcanica che, per far salva l'ipotesi di un'origine punica, si è sostenuto possano provenire da Pantelleria, ma è stata proposta come prioritaria una provenienza dalle coste laziali. Il giacimento ha restituito materiale assai scarso: frammenti di anfore puniche, greco-italiche e romane, di ceramiche comuni e verniciate che, secondo Gianfrotta, non sembrano essere in tutti i casi pertinenti al relitto. Si riferivano, invece, alla dotazione di bordo dei tratti di cordame, due caviglie di legno per impiombatura, una ramazza di frasche (fig. 8), dei canestri di canapa e delle ossa di animali.
La struttura della carena, che sembra seguire la tecnica di costruzione a guscio di tipo un po' particolare, appare tuttavia piuttosto simile a quella delle navi greche e romane.
Si compone di un fasciame semplice rivestito di piombo e di un'ossatura di madieri e ordinate in alternanza regolare. Il dritto di poppa è raddoppiato da una trave di deriva. La linea fortemente slanciata dell'imbarcazione, quale si ricava da ipotesi di ricostruzione (con dimensioni di circa trentacinque metri per quattro metri e ottanta centimetri) conferma trattarsi di una nave da combattimento a remi, costruita con la preoccupazione principale di garantirle una notevole velocità, come testimoniano i redans collocati al livello del galleggiamento.
La costruzione, in base all'esame della ramaglia (di pistacchio e quercia, ma erano anche presenti rami di mandorlo, albicocco, ciliegio) interposta tra chiglia e zavorra, sembra essere stata effettuata in periodo invernale. Il legname impiegato appare di recente utilizzazione prima del naufragio, presumibilmente avvenuto in primavera. All'interno dello scafo si conservavano trucioli ancora aderenti alle sostanze resinose impiegate per il calafataggio. A differenza della sister ship, il dritto di poppa e la chiglia erano stati realizzati in acero, il paiolato ed il fasciame in pino nero, le costole in quercia, ma sono presenti anche altre essenze legnose, come il cedro ed il pistacchio.
È ipotesi della scavatrice che la cucina fosse stata ubicata al centro dello scafo e non nella parte poppiera, come in tutte le imbarcazioni di commercio note. In quella zona si concentravano infatti resti di pasti, forse relativi a cibi arrostiti (ossa di bue, maiale, agnello, cervo, asino, olive, noccioli, ma pressoché assenti semi di frutta varia), consumati in vasellame comune di buona fattura. Si è ritenuto che i frammenti di anfore ritrovate siano stati relativi ad oltre una settantina di contenitori, utilizzati per trasportare le provviste di bordo. In un paniere (fig. 9), pare fosse contenuto dell'hashish (fig. 10). Ossa umane di almeno due morti e di un cane sono state ritrovate insieme a pochissime armi.
L'analisi con C 14 sembra indicare una data per il naufragio verso la metà del III secolo a.C., forse in coincidenza con gli eventi della prima guerra punica.
La prova più convincente che le navi di Marsala siano puniche pare essere quella che su alcuni dei legni degli scafi furono tracciati numerosi segni (fig. 11), che avrebbero consentito un'accentuata rapidità di assemblaggio di parti prefabbricate. Alcuni di essi appaiono infatti appartenere all'alfabeto fenicio-punico. Di contro, però, le pietre della zavorra potrebbero avere origine dai dintorni di Roma, come è stato prioritariamente proposto.
La scavatrice, nel presentare con obiettività questi dati contrastanti ipotizza che in un cantiere cartaginese possano essere state riutilizzate pietre di zavorra provenienti da altre navi; ma con eguale grado di attendibilità si potrebbe presumere che in cantieri navali romani siano stati impiegati prigionieri di guerra cartaginesi e che, paradossalmente, proprio questi segni cartaginesi dimostrino l'origine romana delle navi. In realtà, in mancanza di dati più sicuri, che potrebbero ancor oggi scaturire da una prosecuzione delle indagini e dallo studio della sister ship, i cui resti permangono a distanza di oltre venticinque anni dal rinvenimento non del tutto investigati, la questione rimane aperta. Nuove attente ricerche appaiono auspicabili anche in considerazione del fatto che la ceramica, che si dichiara provenire da strati sigillati contestuali al naufragio, presenta un divario cronologico fin troppo ampio.
Lo scafo della sister ship, spaccato in due in seguito ad urto violento, ha rivelato ad un esame sommario numerose analogie con il precedente, ma anche una maggiore robustezza ed una carena sfornita della ricopertura plumbea, fissata con piccoli chiodini di rame, come nell'altro scafo. L'elemento più notevole è indubbiamente costituito dalla ruota di prua recuperata (fig. 12), con quell'elemento prominente che sembra essere stato un tagliamare, piuttosto che un rostro (fig. 13), come in un primo tempo era stato ipotizzato dalla scavatrice. Anche in questo caso è attestata la presenza di contrassegni dipinti, tracciati a carboncino o con una sostanza grassa, che utilizzano lettere dell'alfabeto punico. Identica alla prima è la datazione proposta per il naufragio di questo secondo scafo.

© Gianfranco Purpura
Dipartimento di Storia del Diritto
Università di Palermo


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Fig.1: Torre S. Teodoro ed il versante nord dell’Isola Lunga. Il relitto era ubicato in prossimità dell’ingresso alla laguna di Mozia
Fig.1: Torre S. Teodoro ed il versante nord dell’Isola Lunga. Il relitto era ubicato in prossimità dell’ingresso alla laguna di Mozia

Fig.2: Una rara foto dei madieri del relitto nel momento del rinvenimento.
Fig.2: Una rara foto dei madieri del relitto nel momento del rinvenimento.

Fig.3: Operazioni di rilievo del fasciame del relitto. Viene misurata la distanza tra i chiodi.
Fig.3: Operazioni di rilievo del fasciame del relitto. Viene misurata la distanza tra i chiodi.

Fig.4: Ricostruzione ipotetica del relitto di Marsala.
Fig.4: Ricostruzione ipotetica del relitto di Marsala.

Fig.5: Marsala, Baglio Anselmi: Lo scafo recuperato.
Fig.5: Marsala, Baglio Anselmi: Lo scafo recuperato.

Fig.6: Marsala, Baglio Anselmi: A lungo le strutture lignee recuperate furono coperte da un tendone per preservarle dall’umidità, in attesa del restauro dell’ambiente.
Fig.6: Marsala, Baglio Anselmi: A lungo le strutture lignee recuperate furono coperte da un tendone per preservarle dall’umidità, in attesa del restauro dell’ambiente.

Fig.7: Marsala, Baglio Anselmi
Fig.7: Marsala, Baglio Anselmi

Fig.8: Una ramazza di frasche, forse pertinente alla cambusa di bordo.
Fig.8: Una ramazza di frasche, forse pertinente alla cambusa di bordo.

Fig.9: Un paniere di vimini intrecciato conteneva dell’hashish.
Fig.9: Un paniere di vimini intrecciato conteneva dell’hashish.

Fig.10: L’hashish rinvenuto nel relitto.
Fig.10: L’hashish rinvenuto nel relitto.

Fig.11: I segni tracciati a carboncino sui legni del relitto.
Fig.11: I segni tracciati a carboncino sui legni del relitto.

Fig.12: Il c.d. rostro della sister ship, in realtà un tagliamare.
Fig.12: Il c.d. rostro della sister ship, in realtà un tagliamare.

Fig.13: Il rostro bronzeo di Athlit (Israele)
Fig.13: Il rostro bronzeo di Athlit (Israele)